Apri gli occhi, Bari. Siamo all’alba di un altro fine settimana in cui il pallone rotola lontano dal terreno amico, ma l’aria attorno ai nostri colori è pesante, densa di un’insofferenza che non si può più mascherare con i sorrisi di circostanza o con i comunicati stampa a prova di cloro. i tifosi non ne possono più di galleggiare nel limbo dell’indifferenza. La scia dei pareggi consecutivi che ci portiamo dietro, ultimo in ordine di tempo quello che ha frenato la nostra marcia, non è un semplice incidente di percorso: è la spia di un cortocircuito mentale e gestionale che grida vendetta. Chi tifa per questi colori, pretende rispetto per una maglia che pesa come un macigno e che non merita di essere trattata come un passatempo di periferia.
Entriamo nel merito dei fatti di questi giorni, guardando in faccia la realtà senza filtri. La squadra si prepara agli impegni ravvicinati di un novembre che scotta, tra infermeria che piange e problemi di uomini che si susseguono – come lo stop che frena elementi chiave della rosa e un’infermeria che non dà tregua – mentre fuori si comincia già a parlare di “come ne usciremo” dal caldissimo derby contro il Foggia.
Ma guardiamo al sodo: la classifica piange, la vetta si allontana e il campo racconta di una manovra involuta, priva di quel fuoco sacro che ha sempre contraddistinto le squadre che lottano per vincere davvero. Si naviga a vista, si collezionano mezzi passaggi falsi contro avversari alla portata e ci si ritrova a inseguire anziché a dettare legge. La programmazione tecnica estiva sta mostrando tutti i suoi limiti strutturali: una rosa costruita con il bilancino, dove basta perdere due pedine per smarrire del tutto la bussola e l’identità tattica.
Il punto è che c’è un abisso profondo, incolmabile, tra chi siede comodamente nei piani alti della gestione aziendale e chi la domenica mattina assiste, ormai da casa, al prossimo match. Dalla sede arrivano messaggi asettici, tabelle di marcia che puzzano di ridimensionamento e la solita solfa della pazienza richiesta a una piazza che ha la pazienza esaurita da anni di delusioni cocenti.
Ci parlano di progetto, di equilibri finanziari e di programmazione a lungo termine, dimenticando che a Bari il calcio non è un’azienda di logistica o un esercizio di contabilità: è fede, è orgoglio operaio, è il riscatto di un’intera terra. Ridurre la gloriosa storia biancorossa a un esercizio di mantenimento economico è un affronto intollerabile. La tifoseria non fa sconti a nessuno: chi indossa questi colori deve sputare sangue dal primo all’ultimo minuto. La freddezza aziendale non scalda i cuori e non porta punti pesanti.
La verità è che Bari merita palcoscenici e ambizioni ben diversi da questo stillicidio di mediocrità. Non servono i proclami di novembre né i calcoli da geometra del pallone: serve la dignità di chi scende in campo consapevole di rappresentare una delle piazze più calde e appassionate d’Italia. Svegliatevi prima che sia troppo tardi, perché la pazienza della nostra gente ha un limite, ma l’amore per il galletto è infinito e immortale. Avanti Bari, sempre e comunque contro tutto e tutti!



