Secondi in classifica, ma lontani dalla vetta. Una squadra che non convince, una tifoseria sempre più distante e una proprietà che continua a non capire quanto Bari abbia bisogno di sentirsi protagonista. Il problema non è soltanto il risultato della domenica: è il futuro che questa città vede, o non vede, davanti a sé.
A Bari il calcio non è mai stato soltanto calcio. È appartenenza, orgoglio, identità. È quella maglia biancorossa che attraversa generazioni, che si tramanda in famiglia, che si porta allo stadio anche quando tutto sembra andare storto.
E proprio per questo, oggi, fa male.
Il Bari è secondo in classifica, ma guardare la graduatoria senza guardare quello che accade intorno sarebbe un esercizio inutile. Il Potenza è avanti di sette punti, la squadra alterna prestazioni poco convincenti e il pareggio interno contro la Scafatese ha lasciato ancora una volta quella sensazione di incompiutezza che accompagna ormai da troppo tempo il cammino biancorosso.
Non basta essere secondi. Non basta occupare una posizione che, sulla carta, potrebbe persino sembrare positiva.
Perché Bari non chiede soltanto una classifica. Bari chiede una squadra che giochi con personalità, una società che abbia un progetto riconoscibile, una proprietà che sappia parlare alla città e soprattutto dimostrarle, con i fatti, di volerla riportare dove merita.
Il tifoso barese non vuole sentirsi la seconda scelta di nessuno. Non vuole vivere con il dubbio che il destino della propria squadra possa dipendere da interessi, equilibri o strategie che nulla hanno a che fare con il suo amore per quei colori.
Non è una questione di provenienza geografica. Una proprietà può arrivare da Napoli, Milano, Torino o dall’altra parte del mondo. Il problema è un altro: Bari vuole una società che abbia Bari come orizzonte, Bari come progetto e Bari come ambizione.
C’è poi un’immagine che vale più di tante dichiarazioni: quella degli spalti sempre più vuoti.
Quando una piazza come Bari arriva a numeri di presenza così bassi, non si può liquidare tutto con la solita frase sui tifosi che dovrebbero sostenere la squadra.
Il sostegno non è un assegno in bianco. È un rapporto, e i rapporti si costruiscono con la fiducia.
La gente si è stancata. Si è stancata di aspettare, di ascoltare promesse, di sperare in una svolta che sembra sempre rimandata. Si è stancata di vedere il proprio amore trasformato in una pazienza senza scadenza.
E attenzione: chi oggi resta lontano dal San Nicola non necessariamente ha smesso di amare il Bari, semplicemente, ha smesso di credere a chi lo gestisce.
È una differenza enorme.
La squadra deve fare la sua parte, ma non può bastare
Sul campo, intanto, c’è una stagione da raddrizzare.
Il distacco dal Potenza non è ancora una sentenza, ma rappresenta un campanello d’allarme. Il Bari deve ritrovare continuità, concretezza e soprattutto una capacità di convincere che, nelle ultime settimane, è venuta meno.
La trasferta di Picerno sarà un passaggio importante. Non perché una partita possa cancellare tutto quello che è successo, ma perché questa squadra deve dimostrare di avere carattere e di voler davvero competere.
I giocatori, l’allenatore e chi costruisce la squadra hanno responsabilità precise. Non possono nascondersi dietro il malcontento della piazza.
Ma nemmeno la società può pensare che basti qualche vittoria per ricucire una frattura che ormai va ben oltre il terreno di gioco.
La cosa più triste, forse, è che questa città non pretende miracoli.
Pretende rispetto.
Pretende chiarezza.
Pretende di poter guardare al futuro senza sentirsi prigioniera di una situazione che non ha scelto.
Il Bari non è un passatempo, non è una società da amministrare aspettando tempi migliori e non è una parentesi nella storia di un’altra squadra.
È il Bari. È una piazza che ha vissuto grandi stagioni, grandi delusioni e grandi rinascite. Una piazza che quando si sente coinvolta sa riempire uno stadio e trascinare una squadra oltre i suoi limiti.
Ma per farlo, deve poter credere in qualcosa.
La scadenza del 2028, le regole sulle multiproprietà e le prospettive di una futura cessione non possono diventare l’unico orizzonte di questa città. Bari ha bisogno di un presente dignitoso, non soltanto di una promessa futura.
Aurelio De Laurentiis e la sua famiglia hanno avuto la possibilità di costruire un rapporto diverso con Bari. Oggi, però, quel rapporto appare profondamente compromesso.
E forse la domanda non è più quanto tempo serva per riconquistare la fiducia dei tifosi.
La domanda è perchè sono ancora quì !
Perché Bari non vuole essere semplicemente gestita, vuole essere amata.
E soprattutto vuole tornare a sognare.
